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Homo naledi, a tu per tu con Damiano Marchi

A settembre veniamo a conoscenza di questa grandiosa scoperta dell’Homo naledi, l’ominide che oggi sembra quella più vicino alla specie umana. Ne parliamo con il Dott. Damiano Marchi, il ricercatore coinvolto nel team di ricercatori che per sei settimane hanno lavorato all’analisi dei fossili con Lee Berger, professore dell’università del Witwatersrand di Johannesburg e coordinatore di questa interessante ricerca.

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Damiano Marchi (al centro), Chris Walker e Pianpian Wei confrontano femori di Homo naledi. Foto di John-Hawks.

Dott. Marchi, lei è un Ricercatore Universitario presso il Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa. Nello specifico, qual’è il suo ambito di studi?
Mi occupo dello studio della morfologia funzionale dello scheletro postcraniale (cioè escluso il cranio) dei primati e dell’uomo. Attraverso il suo studio cerco di capire come lo scheletro risponde agli stress della vita di tutti i giorni. In particolare cerco di capire come i diversi tipi di locomozione, per esempio a terra o sugli alberi, cambiano la conformazione dello scheletro. Avvalendomi di varie tecniche di analisi creo dei modelli che poi applico alle ossa dei fossili.

Come è arrivato a far parte del team del Prof. Lee Berger in Sudafrica?
E’ successo per caso! Un mio ex-studente mi ha sollecitato a partecipare al bando per la selezione dei circa 30 ricercatori che avrebbero preso parte al gruppo di lavoro del prof. Berger in Sudafrica. Non ci speravo e invece l’ho vinto e sono partito a maggio del 2014.

Come erano organizzati i lavori di ricerca?
Eravamo riuniti tutti insieme ai circa 20 ricercatori che già collaboravano con Lee Berger in una stanza di 100 mq. Organizzati in gruppi su tavoli tematici. Nelle vetrine intorno a noi si trovavano i fossili precedentemente trovati in Sudafrica e i calchi della maggior parte dei fossili trovati in Africa e nel resto del mondo.

Dr. Marchi, lei di cosa si è occupato precisamente?
Delle ossa degli arti inferiori: femore, tibia e perone.

C’era interazione tra i vari gruppi di lavoro?
Si. In alcuni casi c’era un confronto tra le ossa che esaminavamo. Ad esempio, il femore esaminato era primitivo, molto simile a quello dell’australopiteco, mi sono quindi recato dal gruppo di ricercatori delle ossa del bacino e loro hanno confermato che il bacino aveva le stesse caratteristiche. Questo ha permesso di velocizzare il lavoro rispetto al metodo classico di effettuare studi paleoantropologici.

Ci spieghi in poche parole la scoperta.
Homo naledi è una scoperta importante nella ricerca paleoantropologica perché è stato possibile determinare le caratteristiche fisiche di una specie sulla base di una ricca collezione di ossa appartenute a molteplici individui. Quindi i nostri risultati sono molto solidi e ci dicono che Homo naledi era un ominide moderno nella forma dell’arto inferiore e del piede. Questo ci fa pensare al fatto che potesse camminare agevolmente sul terreno per lunghe distanze. Inoltre ha un cranio morfologicamente simile a Homo erectus e una mano moderna, quindi era probabilmente in grado di costruire e maneggiare strumenti. Associato a queste caratteristiche moderne, Homo naledi possedeva un cranio molto piccolo, una spalla simile ad una scimmia antropomorfa e dita delle mani e dei piedi curvi ad indicare capacità di arrampicamento sugli alberi. L’abbinamento di arti inferiori moderni e capacità di arrampicarsi sugli alberi non era mai stato ipotizzato in precedenza. Inoltre, e forse più strabiliante, ci sono evidenze che fanno pensare ad una deposizione volontaria dei morti nella Dinaledi Chamber da parte di Homo naledi. Se questa ipotesi fosse confermata, potrebbe essere la prima evidenza di deposizione di morti nel genere Homo.

La grotta dalla quale sono stati estratti i reperti, è un sito conosciuto?
Il sistema delle caverne Rising Star è conosciuto da più di 50 anni. E’ una meta usuale per i paleontologi del posto. Però nessuno si era mai addentrato dell’anfratto che portava alla Dinaledi Chamber, dove i reperti di Homo naledi sono stati trovati.

La notizia ha avuto molta risonanza, merito della scoperta o di Lee Berger?
La differenza l’ha fatta Lee Berger che ha coinvolto il mondo in questa ricerca rendendo partecipi tutti, senza tenersi tutto per sé. In questo ambiente accade spesso che tanti fossili restino nell’ombra, nascosti e la comunità scientifica ne viene a conoscenza solo in maniera molto “diluita” nel tempo.

Come mai accade questo?
I problemi con i fossili sono molti e la possibilità che si facciano errori molteplici. Quindi ci può essere un certo timore di smentite e questo porta a ritardare le pubblicazioni. Inoltre, non va sottovalutato l’amore a volte possessivo che uno scopritore ha per i propri fossili, che gli crea timori nel concedere lo studio dei reperti a ricercatori esterni.

Questa volta quindi è una situazione di ricerca diversa. Un nuovo approccio?
Si è un aspetto totalmente innovativo. Chiunque è libero di usufruire e approfondire questa scoperta attraverso le sue conoscenze. Così affrontata, questa ricerca è valsa 10 anni di lavoro “tradizionale”.

A che punto siamo in Italia con la ricerca in campo paleontologico?
In Italia, da quello che sappiamo oggi sull’evoluzione ominide, i nostri antenati non sono arrivati molto presto quindi con poche eccezioni il materiale che abbiamo a disposizione va dal Paleolitico superiore, intorno a 20.000 anni fa. Per quanto riguarda le fasi più recenti della nostra storia, abbiamo molti siti ricchi di materiale ma la situazione italiana è logisticamente e burocraticamente molto complessa per cui l’accesso al materiale non è semplice.

Sulla ricerca Naledi, qual’è il prossimo passo?
La datazione, un passo fondamentale per ottenere alcune delle risposte che aspettiamo. Con una data saremo in grado di dire veramente se Homo naledi si trova alla base del genere Homo o se è una prova della plasticità del nostro genere nelle fasi più recenti dell’evoluzione. Un modo per stabilire una data potrà essere l’esame del DNA.

Silvia Brugnara

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