129 – Team AstraZeneca: “Fondamentale lavorare insieme in modo iterativo e agile su implementazioni concrete”

Domenico D’Amario
Sofoklis Kyriazakos
Marco Gorini
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Un percorso di digital health integrato per i pazienti con insufficienza cardiaca nato  dalla collaborazione tra AstraZeneca, Policlinico Gemelli e Innovation Sprint. È “Azimuth” e noi ne abbiamo parlato con Domenico D’Amario, dirigente medico dell’UOC di Cardiologia della Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS, Local Associate Editor European Heart Journal, Sofoklis Kyriazakos, CEO di Innovation Sprint e Marco Gorini, Head of Healthcare Innovation di AstraZeneca

Come è nata l’idea di realizzare questo progetto?
AstraZeneca è impegnata in prima linea nel co-sviluppo tra pubblico e privato di soluzioni di digital health che rispondano ai bisogni insoddisfatti identificati nel percorso di cura dei pazienti. Il progetto è stato costruito mettendo insieme le competenze del gruppo del professor Filippo Crea, direttore UOC di Cardiologia di Fondazione Policlinico Gemelli e Ordinario di Cardiologia all’Università Cattolica, di Gemelli Generator (professor Vincenzo Valentini, Direttore Scientifico; dottor Stefano Patarnello, Chief Operating Officer) per l’analisi dei flussi dati ospedalieri, di Innovation Sprint, per lo sviluppo della piattaforma tecnologica e UX design, e di AstraZeneca per le competenze di Service Design e di Innovation.

A chi si rivolge il vostro progetto?
Il percorso assistenziale del paziente con insufficienza cardiaca prevede diversi step, dai trattamenti di fase acuta, al follow-up del paziente in fase cronica. Abbiamo dunque analizzato i bisogni dei diversi attori (pazienti, famigliari, medici) coinvolti nel percorso di cura, partendo da un’analisi dei flussi dei pazienti con insufficienza cardiaca seguiti all’interno di Fondazione Policlinico Gemelli. Due i problemi principali emersi da questa analisi: la scarsa aderenza dei pazienti alla terapia e le relazioni con il territorio al momento della dimissione. Oltre a creare una rete con la medicina di prossimità è emersa la necessità di dotare il paziente di uno strumento che lo ingaggi maggiormente nel suo percorso di cura.

Potreste descriverlo brevemente?
Utilizzando un processo strutturato basato su Service Design e sviluppo Agile, abbiamo creato un percorso integrato che utilizza anche componenti digitali. La piattaforma sviluppata consente ai medici di monitorare in tempo reale lo stato di salute del paziente, anche quando non è fisicamente in ospedale, garantendo una presa in carico più personalizzata per i pazienti con scompenso cardiaco.

Che risultati avete o volete raggiungere?
Abbiamo realizzato una prima versione di applicazione per i pazienti e piattaforma per i medici sulle quali abbiamo condotto uno studio coinvolgendo 30 pazienti con insufficienza cardiaca. L’accettabilità della nostra applicazione è risultata superiore alla media degli altri studi: l’adesione ai compiti obbligatori è stata superiore al 71% a 3 mesi di follow-up e 2 pazienti su 3 hanno aperto l’applicazione almeno una volta al giorno. I risultati sono ancora più incoraggianti se consideriamo l’età media dei pazienti arruolati. Il nostro modello di assistenza a distanza rappresenta un passo avanti rispetto al solo telemonitoraggio che, in genere, si concentra solo sull’individuazione precoce del deterioramento clinico. In effetti, ci siamo concentrati sull’ottimizzazione della gestione piuttosto che sull’individuazione e la gestione delle emergenze mediche. La nostra ipotesi preliminare era che i pazienti avrebbero continuato a usare l’applicazione mobile e i servizi correlati perché ne avevano sperimentato il valore nella loro vita quotidiana: svolgevano le misurazioni e le attività quotidiane perché sapevano che c’era il loro team di cura che guardava i loro dati a distanza. Per questo motivo erano disposti a condividere anche più dati di quelli richiesti, come dimostrato dalla notevole disponibilità a condividere ulteriori dati, che consistevano in 1.854 Patient Reported Outcomes (PROM). Abbiamo ora disegnato, e già sottomesso, uno studio multicentrico su ampia scala per validare questo percorso di cura che fa leva anche su componenti digitali.

Cosa pensate ci sia ancora da fare in questo ambito?
Ci sono tante cose che abbiamo già in cantiere. In particolare stiamo lavorando sullo sviluppo del coaching virtuale. In futuro saremo in grado di personalizzare ancora di più il percorso di cura con un servizio di coaching virtuale che sfrutta l’IA e il Machine learning; potremo ottimizzare ancora di più il lavoro quotidiano del team clinico e allo stesso tempo fornire all’utente informazioni significative sui suoi comportamenti quotidiani e sulla sua salute.

Qual è l’aspetto principale della Scientific Collaboration che sarà più importante secondo voi nei prossimi anni?
In questo particolare momento storico, in cui i servizi sanitari si trovano ad affrontare sfide sempre più complesse, è fondamentale lavorare insieme in modo iterativo e agile su implementazioni concrete, resilienti e scalabili che facciano leva sulle opportunità tecnologiche e digitali disponibili.



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