128 – Pizzi (Sobi): “La comunicazione deve tenere sempre ben presente che non si può usare un unico registro per parlare a tutti”

Cose da non
fare con il sangue

Chiara Pizzi
Chiara Pizzi

Un progetto dedicato ai ragazzi con emofilia per creare consapevolezza e sfatare pregiudizi e falsi miti. È “Cose da non fare…con il sangue” realizzato da Sobi. Abbiamo approfondito l’argomento con Chiara Pizzi Brand Manager Haemophilia che, insieme con il team di comunicazione guidato da Chiara Loprieno e con Carla Rapaccioli ha supportato la realizzazione di questa campagna

Come è nata l’idea di realizzare questo progetto?
L’idea di “Cose da non fare…con il sangue” nasce dall’esigenza di raccontare una malattia rara come l’emofilia ai ragazzi, sfatando pregiudizi e false convinzioni attraverso un linguaggio ironico, per ricordare a chi convive con l’emofilia che è possibile avere una vita libera e piena, grazie alle corrette strategie terapeutiche e un’attenzione alla prevenzione.

A chi si rivolge il vostro progetto?
Il progetto si rivolge ai Millennials e alla Generazione Z, parlando attraverso il loro linguaggio, con l’obiettivo di sensibilizzare i ragazzi sull’importanza di prendersi cura delle proprie articolazioni.

Potrebbe descriverlo brevemente?
“Cose da non fare con il sangue” enfatizza alcune situazioni della vita quotidiana (come chiedere la carne “al sangue” in un ristorante) attraverso una serie di candid irriverenti, la cifra stilistica più amata e riconosciuta della comicità dei theShow, che sfatano con ironia e leggerezza alcuni miti sull’emofilia e sulle persone che ne sono affette. In questo modo, il video riesce nell’intento di trattare un tema serio e “delicato” attraverso un contenuto ironico, divertente e facilmente fruibile dal target della campagna.

Che risultati avete o volete raggiungere?
L’obiettivo della campagna è raggiungere i ragazzi emofilici per ricordare loro che seguendo attentamente le indicazioni del proprio ematologo, è possibile avere una vita libera. La collaborazione con i theShow si è rivelata un successo e ha permesso di ampliare i canali di comunicazione e il tipo di linguaggio usati, facendo awareness sulla patologia e educazione sulle tematiche del benessere articolare. Il video ha generato una grande risonanza a livello social (Youtube, Instagram e Tik Tok), registrando oltre 500mila visualizzazioni, più di 4.3milioni di impression e 65mila like. Questi numeri sono importanti ma sono i commenti ricevuti al video che confermano che abbiamo raggiunto il cuore di queste generazioni e siamo riusciti ad aprire un dialogo con loro.

Cosa pensa ci sia ancora da fare in questo ambito?
È importante continuare a parlare di benessere articolare, specialmente rivolgendosi ai ragazzi con strumenti e modalità di comunicazione che fanno parte del loro linguaggio. Perché i giovani devono guardare oltre il presente e assicurarsi un futuro di qualità grazie alla profilassi e alla regolare attività fisica, messaggi chiave alla base dell’intera campagna.

Qual è l’aspetto principale del Communication Project che sarà più importante secondo lei nei prossimi anni?
La comunicazione deve tenere sempre ben presente che non si può usare un unico registro per parlare a tutti. Strumenti, linguaggi e canali devono essere declinati in base al destinatario. Sempre più l’innovazione tecnologica ci consentirà di comunicare meglio con i nostri interlocutori.



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