132 – Parente (Roche) “Il partenariato con il Paese cui si appartiene può essere un elemento di grande soddisfazione su cui investire anche nel futuro”

Amelia Parente

Volontariato di competenza

Essere concretamente vicini a tutta la popolazione italiana nei mesi più duri della pandemia da Covid-19. È stato questo l’obiettivo del progetto “volontariato di competenza” realizzato da Roche. A parlarcene è Amelia Parente HR, Communications & Transformation Director di Roche Pharma S.p.A. ed è membro del Consiglio di Amministrazione.

Come è nata l’idea di realizzare questo progetto?
Come azienda che opera nelle scienze della vita, che raggiunge ogni giorno milioni di italiani con farmaci e test diagnostici, quando è esplosa la pandemia abbiamo sentito, in modo ancora più forte, la responsabilità del nostro ruolo sociale. Non potevamo rimanere a guardare passivamente, dovevamo agire. Da questa riflessione è nato il progetto di “Volontariato di competenza” che si inserisce nella più ampia iniziativa chiamata “Roche si fa in 4”, in cui abbiamo messo a disposizione del Sistema Salute e dei cittadini tutte le nostre risorse sin dagli esordi della pandemia.

A chi si rivolge il vostro progetto?
Il progetto, rivolto a tutta la popolazione Roche, ha ricevuto in sole 24 ore dal lancio interno moltissime adesioni, a testimonianza concreta del senso di appartenenza e della cultura di responsabilità sociale che da sempre sono segni distintivi della nostra azienda. Siamo felici che si sia realizzata con questo progetto una forma di collaborazione pubblico-privato così innovativa al servizio del Paese in un momento di difficoltà senza precedenti. 

Può descriverlo brevemente?
Il volontariato di competenza prevedeva il reclutamento di personale altamente qualificato che, da casa, rispondendo al numero 1500, istituito dal ministero della Salute, forniva aiuto ai cittadini nella comprensione delle indicazioni contenute nei diversi decreti emanati dal Governo. Non solo, il progetto voleva anche rappresentare un momento di “semplice” vicinanza emotiva, utilissima per sostenere la desolante solitudine di quei momenti.

Che risultati avete o volete raggiungere?
Grazie all’impegno dei nostri 250 volontari abbiamo fatto davvero la differenza raggiungendo risultati straordinari. Qualche numero per rendere l’idea: ad aprile abbiamo gestito quasi 31.000 chiamate, inoltrandone al secondo livello, quello medico specialistico, circa 6.500 per un totale del 75-80% di telefonate gestite dal primo livello; nell’intero periodo abbiamo dialogato con i cittadini per circa 22.500 ore, pari a oltre 270 giornate lavorative. Tutto questo ci restituisce l’impatto del nostro contributo perché non si tratta di semplici numeri, ma di uno spaccato del vissuto di molti italiani in quel periodo.

Cosa pensa ci sia ancora da fare in questo ambito?
Questa esperienza per Roche, e per le sue persone, ha significato davvero molto dal punto di vista dello sviluppo di una più ampia consapevolezza del nostro ruolo sociale. Mi auguro, ovviamente, che emergenze così drammatiche non si verifichino più, ma voglio anche confermare che l’impegno di Roche in questo senso, mai venuto meno nel corso dei suoi 125 anni di storia, ci sarà ancora per garantire l’innovazione, la passione e l’umanità insite nel suo Dna e in quello delle sue persone.

Qual è l’aspetto principale delle Human Resources che sarà più importante secondo lei nei prossimi anni?
Il fenomeno che il Prof. Hotz ha denominato “The Great Resignation” ovvero la più ampia ondata di dimissioni volontarie del dopoguerra, registrata in US e avvenuta anche in EU, è sintomo di una svolta paradigmatica nell’intendere il rapporto delle persone con il proprio lavoro. Da una concezione “sinallagmatica” a una concezione “relazionale piena”. Il lavoro non è solo, o non tanto, la modalità di erogare  una prestazione cui seguirà una contro prestazione (retribuzione) e – se siamo bravi e nel contesto giusto – anche una promozione. Il lavoro è luogo di espressione creativa del sé, è relazione significativa con gli altri, è perseguimento di un obiettivo comune. Non è spicchio di vita. È uno dei luoghi dove la vita si svolge e si coniuga con tutti i piani di un’esistenza complessa. Naturalmente le aziende si interrogano su come rispondere a questi nuovi bisogni e io credo che una risposta possibile possa venire anche dalla realizzazione di progetti come il volontariato di competenza di Roche. Il partenariato con il Paese cui si appartiene può essere un elemento di grande soddisfazione proponendosi come elemento motivazionale e di appagamento delle persone, su cui investire anche nel futuro.